La rubrica tecnica: l’alimentazione nel ciclismo all’epoca dei social
Di Pierpaolo Ficara, ex professionista
Se apriamo Instagram o Facebook oggi, i post riguardanti l’alimentazione nel ciclismo sembrano usciti da un manuale di biochimica applicata. I reel sono un susseguirsi di grafici, misurini di maltodestrine e la ricerca quasi ossessiva dei 90 o più grammi di carboidrati l’ora. Vediamo atleti amatoriali pesare ogni dettaglio, concentrati sui rapporti tra glucosio e fruttosio come se fosse il Santo Graal, anziché semplicemente pedalare verso la prossima valle e godersi l’uscita.
Ma per chi la bici la vive come un prolungamento dei propri sensi, e non solo dei propri muscoli, questa narrazione rischia di diventare un rumore di fondo sterile. Perché tra un ciclista che corre una granfondo e un viaggiatore con dieci chili di borse c’è la stessa differenza che passa tra uno scattista sui cento metri e un esploratore polare. L’equivoco moderno non è l’uso dei carboidrati – che restano una fonte energetica centrale, soprattutto quando l’intensità cresce – ma l’idea che tutto debba essere ridotto a numeri e picchi glicemici, indipendentemente dal contesto. Nel cicloturismo, se seguiamo la regola dei “grammi per ora” in modo rigido, dopo tre giorni di gel e polveri il nostro stomaco presenterà il conto: nausea, acidità e quel desiderio viscerale di cibo vero, possibilmente masticabile. Immaginate di affrontare la Sicily Divide e attraversare la Sicilia nel suo cuore: non serve un picco glicemico continuo, serve continuità energetica. Il cicloturista è più simile a una stufa a legna che a un motore a iniezione. Mentre l’agonista limita grassi e fibre per ottimizzare lo svuotamento gastrico nelle fasi intense, nel viaggio quella stessa lentezza diventa un vantaggio. Un panino con formaggio locale o una manciata di noci non sostituiscono i carboidrati, ma li affiancano: apportano grassi e proteine, stabilizzano la fame e favoriscono un utilizzo più efficiente delle riserve energetiche nel lungo periodo. Questo non significa escludere barrette o integratori: significa ridimensionarne il ruolo. Possono essere utili nei momenti di bisogno rapido, ma non devono diventare l’unico linguaggio alimentare del viaggio. C’è poi il capitolo dell’acqua. Nei contenuti tecnici sentiamo parlare di osmolarità e miscele isotoniche, ed è corretto. Ma la vera competenza del cicloturista sta anche nel saper leggere il territorio. L’idratazione inizia la sera prima, con un pasto caldo e completo, e continua lungo la strada: una fontana in un borgo, una sosta ragionata, l’attenzione ai primi segnali di sete o affaticamento. Integrare i sali è importante, ma anticipare il bisogno lo è ancora di più.
In questa rubrica tecnica vorrei scardinare un tabù: mangiare bene non è tradire l’allenamento. La vera efficienza del cicloturista sta nell’equilibrio tra strategia e ascolto: la banana o la barretta quando la salita si fa dura, la sosta pranzo che non sia un pit-stop frenetico, ma un rito. Perché un pasto vero a fine tappa sostiene i processi di recupero quanto – e spesso più – di una soluzione standardizzata. E incide anche su un fattore che nessun grafico misura davvero: la qualità dell’esperienza. Lasciamo i calcoli millimetrici a chi ha un numero sulla schiena. Noi abbiamo una mappa, una borsa carica e il tempo per scoprire che, spesso, il miglior integratore è quello che si trova dietro l’angolo di una pasticceria di paese.